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Traduzioni e Comunicazione

Parole, parole, parole...
Scritto da Il Saltaro delle Giudicarie   
Venerdì 08 Gennaio 2010 09:38

Il Saltaro delle Giudicarie - Parole, parole, parole...
...Cantava Mina, ma da 50 anni la politica ci propone i soliti ritornelli.

Ah…gli anni trascorsi cullato dalle note della musica lenta di tempi più miti! Nel mio lungo peregrinare ho gustato le note dei grandi maestri che mi hanno accompagnato nella mia vita eterea: il divino Vivaldi, Bach, Rossini, il mistico Beethoven, l’epico Verdi, poi, durante la guerra quel ‘Piave mormorava’ e ‘Montegrappa’ che mi prendevano il cuore,e su e su verso la musica del ventennio, ‘Faccetta nera’, ‘Giovinezza’, poi nel dopoguerra con ‘Bella ciao’, quindi ‘Papaveri e paperi’, ‘Mamma’, ‘Le campane di san Giusto’, ‘Vecchio scarpone’, fino a Fred Bongusto che mi frastornava le viscere, ricordate ‘Eri piccola, piccola, così!’...?

Poi una miriade di canzoni, sempre belle, liete, che parlavano d’amore anche ai morti, fino al frastuono d’oggi. Sono convinto che oggi nella musica prevalga il diavolo, di divino, di etereo non c’è più traccia, così va il mondo. Un ritornello, però, lo canticchio ancora nei miei rari momenti di euforia, è quella della grande Mina in coppia con Alberto Lupo, ricordate? Quella canzone che si intitolava ‘Parole, parole, parole…’  Allora erano parole d’amore, corteggiamenti lunghi e mielosi, ansie, bugie, piccoli doni, dinieghi, sospiri, altri tempi! Ora, anche nell’amore, non c’è spazio per le parole, si passa subito ai fatti, e buona notte alla nobiltà dei sentimenti ed alla dolcezza dell’attesa. Ma le ‘parole, parole, parole’, sono rimaste purtroppo di moda in altri campi del nostro convivere.
La politica, per esempio, è ormai un campionario di parole incomprensibili e quindi inutili, ciò non di meno nessun politico sembra voler cambiare la musica, anzi. Siamo schiacciati, sommersi, frastornati da una quantità di parole dai nostri rappresentanti, senza senso, senza costrutto, che spesso neanche capiamo e dubito fortemente che chi le pronuncia sappia esattamente quello che dice.
Ai politici italiani, ormai, ma anche a quelli trentini, tutto si può chiedere: tutto, tutto meno che dire ciò che pensano. Alcuni, non pensando nulla, sono costretti a tacere o a farfugliare un mucchio di sciocchezze. Altri, pensando il contrario di quello che dicono, si esprimono in maniera oscura e contorta. Così non si scontenta nessuno e, nel guazzabuglio delle parole al vento, ognuno vi può trovare le risposte che crede. “Anche ai miei tempi non si scherzava”, interloquisce l’Archimede che mi ha letto nel pensiero, vi ricordate di Aldo Moro, lo statista, più volte Presidente del Consiglio, ecco, i suoi discorsi duravano sei, sette ore. Più parlava e meno diceva, più diceva e meno si capiva. Inventò perfino la convergenza delle parallele…eppure i suoi lo applaudivano celebrandolo come un nuovo Degasperi!” “Eh no! Degasperi era tutt’altro uomo, lui, da buon trentino d’altri tempi, parlava poco, ma faceva molto, chi ci ha tirati fuori dalla miseria della guerra?
Eh..l’Alcide si che era un grande uomo, di quella pasta, ma neanche di una pasta che gli assomigli, non ce ne sono più, né a Roma, né a Trento!” Così disse a sua volta l’Abele che non poteva lasciare l’ultima parola all’Archimede. Il maestro Ottavio, da poco nostro apprezzato uomo di cultura, chiarisce le cose così come stanno: “Oggi la parlata dei politici è un gergo comprensibile solo all’interno della loro casta. A loro interessa poco che la gente capisca, importante è che capiscano gli interessati. E così usano un linguaggio che si presta a mille interpretazioni, tutte probabilmente sbagliate, un linguaggio sfumato, ambiguo, talvolta allusivo, talvolta ipocrita, ma i destinatari capiscono al volo i messaggi criptati, sanno leggere fra le righe, ne sentono l’odore, il sapore. I più bravi anche oggi a ciurlare nel manico, a menar il can per l’aia, a confondere le acque sono ancora gli ex comunisti con i loro compari democristiani di sinistra, oggi insieme, chissà per quanto, ma non sono da meno i destrorsi del Berlusca & C. Astuti come volpi, incantano con le parole, comprensibili al tatto, ma lontane dall’esprimere il loro effettivo pensiero, riescono a convincere le persone, abbindolandole, facendo continue promesse che sanno, già prima di pronunciarle, che non saranno mantenute….”
Il vostro Saltaro concorda pienamente ed aggiunge, dall’alto del suo ruolo istituzionale (si fa per dire!): “Parole, parole, parole, io ricordo quelle di Scalfaro, il Presidente della Repubblica di qualche anno fa. Mi fa rabbia ancora, se ci penso! Quello era uno specialista nel pontificare, era convinto che lui, solo lui, fosse il depositario della verità, rivelatagli dalla Madonna (quella in cielo, s’intende!), di cui era devoto….” Ma poi venne il Bossi a cambiare la musica. Parole, parole, parole, ma finalmente chiare, esplicite…anche troppo, con lui le parole sfiorarono l’impertinenza, la volgarità. “Quello ha esagerato, dice allora l’Orsolina che con Bossi ha il dente avvelenato, prima va in chiesa per farsi vedere, poi proclama a tutto il mondo che lui ce “l’ha duro”…ammesso che sia vero!” L’Orsolina arrossisce per l’ardire, ma manifesta soddisfazione da ogni poro. “Eh già!, conclude il dotto Ottavio, con Bossi la volgarità è diventata la lingua di stato. Il turpiloquio e gli spropositi sono entrati nella parlata comune, la televisione impazzisce, i Corona trionfano, l’Italia ormai ama gli eccessi…il bello è che ci sono politici che continuano a parlare come un tempo e non s’accorgono di essere fuori…” Parole, parole, parole…Abbiamo bisogno di un salvagente per non naufragare in un mare di parole inutili.
Oggi il Palazzo della politica è una specie di torre di Babele, con le sue propaggini televisive che hanno contribuito non poco ad accrescere la confusione, l’ovvietà, l’insipienza delle finte risse. Tutti si parlano addosso, nella foga, nessuno si rende conto di quello che dice. Ma per fortuna non se ne rendono conto neanche i telespettatori. Siamo caduti in basso, più in basso di così si muore.
L’auspicio è che il nuovo anno, il 2010, ci riporti nei ranghi della civiltà, della correttezza e di una nuova urbanità, anche nel linguaggio, che è alla base del convivere civile.
Parole…Parole…Parole…Anno nuovo, vita nuova, parole…almeno qualche volta, che siano dolci!
Buon  anno!