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Posto fisso e cultura del lavoro
Scritto da Marco Zulberti   
Sabato 05 Dicembre 2009 00:01

Tematiche occupazionali
Posto fisso e cultura del lavoro
La riflessione di Tremonti sulle prospettive di lavoro dei giovani introduce importanti scenari in un’economia che cambia

Mentre Dario Franceschini indossava i calzini color turchese per solidarietà con Raimondo  Mesiano, il giudice del caso Mondadori, spiato dalle telecamere mentre beveva un caffè, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, coglieva al balzo l’assist per mostrare la sua attenzione a problemi ben più concreti come quello della disoccupazione, affermando l’importanza del posto fisso durante un meeting organizzato dalla Banca popolare di Milano su “Partecipazione nell’impresa e azionariato dei lavoratori”.

Subito subissato dagli applausi dei sindacati come la CGIL di Epifani e dalle critiche di alcuni colleghi del PDL come Brunetta e Scajola, il tema è stato subito messo da parte dall’incalzare di altri slogan come l’eliminazione dell’IRAP - che di per sé farebbe il pari con gli sgravi di 20 MLD nei prossimi quattro anni varati sabato 24 ottobre dal governo tedesco di centrodestra diretto da Angela Merkel – e dall’emergere di nuove notizie sui vizi privati della classe politica italiana.
Riflettendo a mente fredda però sull’affermazione di Tremonti sulla centralità del posto fisso si deve tornare a quel tema da una parte per recuperare il percorso intellettuale del ministro dell’Economia, che dopo gli anni delle cartolarizzazioni, degli scudi fiscali e l’invocazione del mercato come un perfetto regolatore dell’economia quando si passò all’Euro, dai tempi della pubblicazione del saggio La paura e la speranza nel 2007, che ora sembra abbandonare la fiducia nell’anarchia del mercato e approcciare ad una concezione più ordinata dell’economia. Meno ricchezza ma più garanzie sembrano emergere nella nuova stagione intellettuale di Giulio Tremonti, che lo elevano da quella di semplice esperto di Diritto tributario, per la quale aveva ottenuto la docenza all’Università di Pavia, a quella di un economista di stampo liberal più mittel-europeo dove il ruolo dello stato è decisamente più forte. Senza approfondire il ruolo fulcro dello stato nel regolarizzare produzione e servizi, soffermiamoci come invita Tremonti a quello di “posto fisso”. Cosa vuol dire oggi, e cosa voleva dire nel passato “posto fisso”? Il posto fisso infatti si può intendere come una “posizione”, in quanto lavoro dipendente a tempo indeterminato sia di enti statali, provinciali e comunali, che di società e istituzioni private come multinazionali e banche oppure come posto fisso come “ruolo”, “professione”, “competenza” andando a intaccare un tema più profondo che è quello della cultura del lavoro.
Il liberismo anglosassone, figlio della rivoluzione industriale inglese del Settecento, si era innestato infatti su una cultura del lavoro che reclutava la forza lavoro tra le masse dei diseredati senza terra, e tra gli schiavi resi liberi dai diritti dell’uomo emanati dalla Rivoluzione francese e dalla guerra di Secessione Americana. Imperialismo, commercio internazionale e controllo delle materie base si basano tutt’ora su questo modello, potremmo dire “grezzo” nella sua componente umana che ha reso l’uomo un semplice piccolo ingranaggio ricambiabile. In questo caso parlare di “posto fisso” significa pensare in effetti al modello cristiano-sociale e garantire il posto a tutti i diseredati.
Ben altra cosa è invece pensare al “posto fisso” nella cultura produttiva dell’Europa continentale che affonda la sua forza e identità, appunto nel “ruolo”, nella “formazione”, nella “competenza”, di ogni singolo lavoratore, che nel medioevo erano rappresentati dalle corporazioni dei mestieri, che attribuivano loro anche il titolo di “maestri” e che rendeva impossibile intercambiare gli uomini tra loro.
In questo senso, nella nostra cultura italiana del lavoro, si realizzava una identità che non conosceva invece quella liberistica anglosassone, restituendo il senso ad un vivere che non era solo meramente produttivo e “consumistico”, ma anche intellettuale e quindi “culturale”. Nel mondo rinascimentale il lavoro era quindi innestato nella nostra stessa cultura intellettuale. Brunelleschi e Leonardo, mentre producevano le loro opere pittoriche, progettavano anche mura e putrelle; nella cultura anglo-sassone liberista invece la cultura è considerata un mondo separato a quello volgare e disprezzato del lavoro. I grandi intellettuali-fiction, vivono infatti nella costosissima New York mentre i senza “posto fisso” vengono assunti nei grandi insediamenti produttivi del Maryland o nell’Orange Country. Erano i temi di No Logo della Naomi Kleim e che ora sembrano aver raggiunto anche il maggior pensatore della compagine governativa italiana come Giulio Tremonti, che al di là delle critiche istintive e disarmanti della Confindustria di Emma Marcegaglia, sembra aver toccato uno dei temi più importanti in questa deriva economica italiana, che un tempo si fondava non sulla ricerca del reddito massimo, ma sulla stabilità delle istituzioni e mansioni produttive. Sarebbe utile un rilancio quindi senza pregiudizi di questo tema fondamentale per comprendere la nostro secolare cultura italiana del lavoro. Senza riflettere l’illusione del lavoro flessibile abbiamo pertanto “proletarizzato” un’intera generazione di giovani, compresi quelli ad alto reddito dispersi nelle multinazionali internazionali da cui non faranno ritorno.
Marco Zulberti