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Traduzioni e Comunicazione

Fiscalità dei rendimenti
Scritto da Antolini dott. Alberto   
Giovedì 13 Agosto 2009 19:39

La tassazione del reddito dei nostri investimenti.
In questo intervento focalizzeremo la nostra attenzione sulla tassazione del rendimento dei nostri investimenti. Senza la pretesa di presentare un lavoro esaustivo sulla fiscalità degli strumenti finanziari, voglio introdurre o consolidare alcuni concetti essenziali al fine di facilitare la condivisione con l’operatore di riferimento dei propri progetti di investimento. Al fine di evitare una trattazione complessa vengono esposti soltanto le argomentazioni che riguardano la maggior parte degli investitori privati (persone fisiche).

Solitamente il rendimento dei nostri investimenti può essere ricondotto a due gruppi principali:
1. i frutti periodici (cedole, dividendi, …);
il capital gain (si identifica nella differenza tra il prezzo di vendita al netto delle commissioni e il prezzo di acquisto comprensivo delle commissioni di uno strumento finanziario).
L’importanza della distinzione non è soltanto didattica, ma è importante ai fini fiscali.
Il trattamento fiscale dei redditi finanziari si esplica sulla distinzione tra redditi da capitale e redditi diversi.
I redditi da capitali sono corrisposti dall’emittente (cedole, dividendi, …) o dalla controparte contrattuale (interessi, …) e hanno sempre un rendimento positivo. Ogni manifestazione dà origine ad una tassazione isolata senza possibilità di compensazione con altre operazioni. Per questo motivo alla maturazione dei frutti questi vengono accreditati sul conto corrente del cliente al netto della ritenuta fiscale applicata. La tassazione avviene indipendentemente dal fatto che precedentemente il cliente abbia registrato perdite finanziarie fiscalmente detraibili dai futuri guadagni. L’aliquota è del 27% per gli strumenti finanziari di durata inferiore ai 18 mesi o a revoca e del 12,50% per quelli di durata superiore ai 18 mesi.
I redditi diversi derivano da operazioni effettuate sui mercati finanziari (acquisto e vendita di azioni o obbligazioni, …) e sono caratterizzati da una natura aleatoria e quindi possono produrre effetti positivi con la generazione di plusvalenze oppure negativi implicando la creazione di una minusvalenza. È prevista la compensazione delle plusvalenze con le minusvalenze precedentemente accantonate. Interessante è sapere che il diritto alla compensazione della minusvalenza accumulata è valido soltanto nei quattro periodi d’imposta successivi. Se entro tale termine non sono state realizzate plusvalenze sufficienti a compensare la minusvalenza, il residuo va perduto! Quindi se oggi chiudo un’operazione che genera una minusvalenza avrò diritto a non pagare l’imposta su eventuali plusvalenze fino alla concorrenza dell’importo della minusvalenza accantonata entro il 31 dicembre 2013. L’aliquota fiscale è del 12,50%.
Le comunicazioni relative alla nostra situazione fiscale non vengono fornite dalle banche in modo univoco: alcune comunicano il dettaglio delle minusvalenze accantonate ogni volta che vi è una modifica della situazione del cliente; altre forniscono una comunicazione periodica, mentre altre ancora non inviano alcunché al cliente. Naturalmente l’aggiornamento ad ogni variazione della situazione è la soluzione ottimale; lacunoso invece, non comunicare al cliente la sua situazione fiscale perché questo aspetto rappresenta, a volte, un elemento da considerare nelle scelte di investimento che si devono effettuare.
Parliamo ora dell’aliquota fiscale applicata. Innanzitutto bisogna sottolineare come uno strumento come il conto corrente risulti ingiustamente tartassato dal fisco con una tassazione degli interessi del 27% (senza possibilità di dedurre le spese) e una tassa di possesso annuale di € 34,20!
Per la maggior parte degli strumenti finanziari l’aliquota applicata è pari al 12,50%. In modo ricorrente le forze politiche propongono un aumento dell’aliquota del 12,50% e una riduzione di quella del 27%. Le motivazioni addotte sono una tassazione evidentemente ridotta rispetto ad altre aree fiscali che nel nostro Paese hanno raggiunto livelli assolutamente pressanti. Apparentemente il ragionamento sembrerebbe inattaccabile, ma se non ci si limita alle sensazioni iniziali forse queste convinzioni vengono meno o comunque devono essere modificate e/o differenziate. Questo perché nel nostro mondo esiste un fenomeno che ormai tutti conosciamo: l’inflazione.
Per comprendere meglio il concetto vi propongo un esempio: Supponiamo di avere € 100 di un titolo che stacca una cedola annua lorda del 4% e quindi nel nostro caso pari a € 4,00. La ritenuta fiscale che mi verrà applicata sarà quindi pari ad € 0,5 (12,50% di € 4,00). Consideriamo però ora un’inflazione del 3% e quindi possiamo idealmente scomporre i € 4,00 ricevuti in due parti: € 3,00 (3% del capitale investito) vengono utilizzati per coprire la perdita di potere d’acquisto del mio capitale iniziale dovuto all’erosione inflattiva e € 1,00 che rappresenta il rendimento reale del mio investimento. Ora la tassazione di € 0,5, equivalente al 50% della mia rendita reale, non sembra più così poca cosa! Se poi pensiamo che in alcuni periodi l’inflazione dichiarata è inferiore all’inflazione reale e che i nostri investimenti vengono remunerati con tassi reali negativi, ma che vengono tassati sul loro rendimento nominale dobbiamo concludere che anche la tassazione degli strumenti finanziari è già ora esagerata.
In realtà il discorso è, a mio avviso, ancora più complesso, ma facilmente gestibile. Si dovrebbe innanzitutto distinguere investimento e speculazione. Per l’area dell’investimento ritengo che l’aliquota in vigore al momento possa essere confermata senza essere ritenuta scandalosa proprio in virtù delle considerazioni sopra esposte. Discorso diverso vale invece per l’aspetto speculativo dove l’effetto inflattivo ha un impatto generalmente ininfluente. Per queste operazione ritengo corretto un incremento dell’aliquota fiscale. Se appare chiaro il telaio fiscale sopra esposto è facile anche individuare le modalità di attuazione di tale progetto: è sufficiente aumentare la tassazione dei redditi diversi mantenendo invariata quella sui redditi da capitale (12,50%) estendendola anche agli strumenti con durata inferiore ai 18 mesi (al fine di mitigare l’esosa fiscalità del conto corrente). Questa potrebbe essere un’ipotesi celere di intervento. A mio avviso la disciplina dovrebbe essere interamente reimpostata,ma questa è un’altra storia con la quale non voglio tediarvi.
Antolini dott. Alberto
consulente finanziario indipendente
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