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Il Pd alla sfida più difficile
Scritto da Administrator   
Giovedì 09 Luglio 2009 10:49

La corsa è scattata. Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino si sfideranno nelle prossime settimane per la segreteria del Partito Democratico nazionale, con tanto di campagne elettorali, appelli e “truppe cammellate” varie. Un’eredità pesante, quella del successore di Franceschini (che potrebbe essere anche successore di sé stesso) per un partito che, nato neanche un anno e mezzo fa, ha già “bruciato” due segretari, l’”uomo nuovo” Valter Veltroni, silurato dopo la sconfitta alle regionali in Sardegna, e il successore Franceschini che aveva un mandato “a tempo”.

Nel frattempo il Pd ha incassato sconfitte a ripetizione, dalle politiche del 2008, alle recenti europee (quando è anche sceso sotto la “quota di sopravvivenza” indicata dai sondaggisti del 27%), fino alle amministrative, dove ha consegnato al centrodestra gran parte delle province e delle città, tenendo solo nelle roccaforti “rosse” Firenze e Bologna. Il saldo finale è di -9 punti percentuali rispetto al Pdl. Una scelta di uomini, dunque, quella che aspetta gli aderenti al secondo partito italiano per grandezza, ma anche soprattutto una scelta fra idee, fra anime, insomma. Quella laica, “di sinistra” che si può far risalire agli ex-Ds e quella centrista, dei rutelliani ex-Margherita. Si tratta dell’equivoco di fondo fra anime che il Pd si porta dietro dalla sua fondazione e che ancora non ha risolto, come testimonia esemplarmente la difficile collocazione a livello di Parlamento europeo fra il Partito Popolare (PPE) e quello Socialista (PSE).  Un’ambiguità che è ben visibile sul territorio trentino, basti prendere in mano i dati delle recenti europee, che ci dicono che il Pd prende voti a man bassa  a Trento città, con più del 36%, ma non sfonda nelle valli, dove l’elettorato – più legato ai valori di centro – si è “spalmato” su Udc, Patt-Svp e sui partiti del centrodestra Pdl e Lega; lo stesso risultato a grandi linee si è avuto alle provinciali dello scorso novembre, dove il Pd risultò sì il primo partito a livello provinciale, ma battuto nelle valli dall’Unione per il Trentino. E, guardacaso, questi dati ricalcano a grandi linee le differenze che c’erano fra valli e città fra i due grandi partiti di centrosinistra del pre-Pd, Margherita e Ds. Le differenze sono dunque da ricercarsi nell’elettorato, diversamente sensibile a seconda delle tematiche e delle proposte politiche. L’elettorato delle valli è più legato ai valori tradizionali del Trentino, quelli del centrismo cattolico, è forse un po’ più conservatore, è legato alle piccole imprese artigiane, al dinamismo e guarda con favore anche il centrodestra; quello della città è più laico, fa coesistere in modo peculiare due categorie di valori teoricamente antitetiche (quello che una volta era gergalmente detto “cattocomunismo”), ha una forte componente di dipendenti pubblici e  nei settori dei servizi, più sensibili all’offerta culturale della città, egemonizzata dalla sinistra. Anche per questo è difficile per il Pd essere soggetto “maggioritario”, fare da sé insomma, dura pensare all’autarchia quando si è sotto il 30%. Anche per questo è nato il “modello Trentino”, ora tanto strombazzato sulla stampa nazionale come “unico modello di centrosinistra vincente”, ma – a pensarci bene – niente più che la riproposizione dello schema classico Ds-Margherita con il Pd al posto dei primi e l’Upt al posto della seconda (sia pure con diversa ripartizione dei voti), visto che poi l’Udc non ha neanche potuto partecipare alle elezioni provinciali. Il che si traduce con “al Pd per vincere serve allearsi con un partito di centro”, con il corollario che - evidentemente – il Pd i valori “di centro” non li sa o non li vuole rappresentare.  La vera sfida del prossimo segretario – ancora più importante di quella elettorale – sarà quella di fare sintesi di queste tendenze in un unico partito.